Francesco's profileNON PER UN DIO ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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September 29 news15 giorni..non so se fosse mai passato cosi tanto tempo tra due miei interventi..è stato un periodo che definire pieno sarebbe un eufemismo..esami, poi finalmente vacanza..politica e altri problemi vari..finalmente domani parto qualche giorno..finalmente un viaggio dopo un estate senza grandi emozioni salvi i giorni a senigallia che troverete qualche post più in giù..si riparte per un nuovo anno (devastante all'uni..questa volta niente politica..i problemi si chiamano procedura civile, commerciale, penale, tributario..SOS!!..
ma si riparte con la solita grinta e la solita energia..uno alla volta si affronteranno e verranno sconfitti..e all'università risorgeremo..cosi come è risorta la mia Lazio..a questo punto si può anche dire a squarciagola..GRAZIE PRESIDENTE..vi lascio con la mia nuova fissa deandreiana..
September 11 9/11
11 settembre 1973 - 11 settembre 2008 questo mio articolo comparve sul primo numero del giornalino scolastico del mio ultimo anno di liceo..lo posto ora, qui, per ricordare un giorno, una storia, ma anche e soprattutto il sogno di un uomo e di un intera nazione
11 settembre. Non lui, l’altro
Pochi giorni fa l’11 settembre ha “festeggiato” il suo quinto anniversario; o almeno così crede una grandissima parte della popolazione mondiale. Già, perché quando si parla dell’ “11 settembre” non serve specificare un determinato anno, dato che tutti credono che di 11 settembre ne sia esistito uno solo e appena viene pronunciata quella data la mente corre immediatamente alle due torri di New York in fiamme. Gli unici che forse pensano anche a qualcos’altro sono quelle persone che hanno in un qualche modo un legame con il Cile. Può essere un legame di qualsiasi tipo, anche solo culturale, ma qualunque esso sia non può non far ricordare l’orrore di un altro 11 settembre, quello del 1973. Il Cile aveva un settore minerario che, come quello di molti altri Paesi dell’America Latina, era vincolato agli interessi delle grandi compagnie internazionali. Ma lo sviluppo dell’industria estrattiva comportò anche l’ammodernamento della struttura economica nazionale e la conseguente comparsa di nuove classi e nuove rivendicazioni. Il 4 settembre 1970 libere elezioni avevano portato alla presidenza della repubblica Salvador Allende, leader della Unidad Popular, un vasto raggruppamento di forze progressiste di ispirazione socialista che avrebbe dovuto rappresentare la via cilena al socialismo. I provvedimenti del nuovo governo erano orientati verso la nazionalizzazione delle miniere del paese e colpivano quindi gli interessi delle grandi corporations statunitensi. L’avvento di un governo di sinistra, capace di modificare la subalternità dell’economia locale agli interessi americani, preoccupò il governo di Washington, che favorì le forze reazionarie concentrate nell’esercito e nella borghesia locale la cui reazione si manifestò pubblicamente in manifestazioni di piazza contro il governo (famoso fu lo sciopero dei camionisti che paralizzò il Paese). Non si doveva però cadere nell’errore di una guerra aperta, come quella in corso in Vietnam; lo scrittore Pablo Neruda parlò di un “Vietnam silenzioso”, nella sua “istigazione al nixonicidio”. Forti dell’appoggio dell’amministrazione americana presieduta da Nixon, l’11 settembre 1973 i militari, capeggiati dal generale Augusto Pinochet, abbatterono con un colpo di stato il governo di Allende, che di fronte al tradimento dei propri generali non ebbe alcuna esitazione. Rifiutò l’offerta dei golpisti di poter disporre di un aereo per mettersi in salvo all’estero con la sua famiglia e decise di resistere con le armi, asserragliato con poche decine di seguaci nella Moneda, lo storico palazzo presidenziale. Proprio da lì Allende trasmise il suo ultimo discorso via radio al popolo cileno. Si rivolse al popolo, ai lavoratori, ai contadini, agli operai, e poi ai giovani, alle madri, e anche a quella parte della classe media che aveva mantenuto istanze democratiche. È un discorso che testimonia la natura di un uomo che nutriva una grandissima fiducia nella sua terra e nel suo popolo. La Moneda, circondata da reparti dell’esercito e da mezzi blindati, fu cannoneggiato e bombardato. Gli assediati resistettero per tutta la mattinata e il presidente Allende si tolse la vita per non consegnarsi. Le immagini di quest’uomo non più giovane, con indosso vestiti borghesi, ma con l’elmetto in testa e il fucile in pugno, divennero negli anni Settanta il simbolo dell’estrema difesa dei valori della democrazia contro la dittatura e l’estrema arroganza dell’amministrazione statunitense. Pinochet instaurò una dittatura militare spietata e repressiva finanziata dagli aiuti economici che gli Stati Uniti, che fossero governati da democratici o da repubblicani, elargirono. La controrivoluzione vittoriosa ripristinò su nuove basi il capitalismo, facendo sprofondare il Paese in una dittatura che si proponeva “di estirpare per sempre il cancro marxista”. Migliaia di oppositori vennero arrestati, torturati, uccisi o fatti scomparire. La dittatura di Pinochet finì nel 1989 (anche se mantenne ancora per nove anni il grado di Comandante delle Forze Armate e venne nominato nel ’98 senatore a vita) e nel gennaio 2000, dopo ben 27 anni, un socialista, Ricardo Lagos, tornò nella Moneda. Concludo l’articolo riportando le ultime battute del discorso di Allende; alle vostre coscienze il compito di giudicare. “Lavoratori della mia patria, io ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri cileni verranno dopo di noi. In questi momenti oscuri e amari in cui il tradimento pretende di imporsi, sappiate che presto o tardi -io ritengo assai presto- si apriranno di nuovo le grandi strade dove passeranno gli uomini degni, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole (si odono scoppi vicinissimi) ed io ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, io ho la certezza che sarà almeno una lezione morale che condannerà la fellonia, la viltà, il tradimento”. Queste parole non furono pronunciate invano. Oggi il Cile è un Paese libero, e lo è proprio grazie a quel discorso che fu come un seme gettato l’11 settembre 1973 e maturato dopo 16 lunghi anni, ma che come risultato ha dato quella pianta bellissima che si chiama libertà. September 04 ieri, oggi, domaniSeptember 03 CAdC |
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