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    August 06

    onore al Compagno Visone

    è di qualche giorno fa la notizia della morte del compagno Giovanni Pesce, comunista, antifascista, soldato delle brigate Garibaldi..che la sua storia sia insegnata nelle scuole e sia esempio per tutti di rettitudine, coerenza e onestà..

    Ultimo, caldo saluto di Milano a Giovanni Pesce, il comandante partigiano morto venerdì a 89 anni. Circa mille persone hanno partecipato alla cerimonia funebre a Palazzo Marino, tra loro il presidente della Camera Fausto Bertinotti, il vicepresidente del Senato Gavino Angius, il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini, il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e i capigruppo del Prc a Camera e Senato, Gennaro Migliore e Giovanni Russo Spena. C'erano poi i compagni di una vita: la moglie Ombrina, sua staffetta partigiana sposata nel 1945, la figlia, gli amici dell'Associazione nazionale partigiani. La sala Alessi, messa a disposizione dal Comune, dove Pesce è stato consigliere del Pci, non è riuscita a contenere tutti e molti sono rimasti in piazza della Scala. Da lì hanno applaudito quando il sindaco ha detto di voler proporre per il comandante «Visone» la tumulazione al Famedio, dove riposano i milanesi illustri. E quando la bara è uscita l'hanno accolta sventolando decine di bandiere rosse, salutandola con il pugno chiuso e le note di «Fischia il vento» alternate a «Contro il fascismo e la violenza, ora e sempre resistenza». Fra i messaggi lasciati sul registro delle presenze, tanti hanno voluto ricordare il suo passato da partigiano con frasi come: «Grazie Giovanni per la libertà che ci hai dato».
    NELLE SCUOLE - La vicenda di Giovanni Pesce dovrebbe essere raccontata in tutte le scuole d'Italia. Lo ha detto Bertinotti durante la commemorazione, tutti i presenti hanno applaudito calorosamente. «Sarkozy ha detto di voler far leggere il primo giorno di scuola in tutta la Francia la lettera di un giovane comunista ucciso dai nazisti. Io vorrei che ogni scuola italiana raccontasse almeno una parte della storia di Giovanni Pesce» ha spiegato il presidente della Camera. Uno degli aspetti su cui Bertinotti si è soffermato è stata l'esperienza fatta in miniera in Francia da bambino. «Due cose allora hanno colpito Pesce - ha detto -: il senso di appartenenza ai musi neri e la paga guadagnata con la fatica, segno di sfruttamento ma anche di possibile emancipazione». Un'esperienza che ha messo Pesce non solo «dalla parte della libertà ma anche della giustizia sociale».
    DALLA SPAGNA - «Ultimo combattente antifranchista, testimone del primo esercito mondiale per la liberazione dell'umanità, grazie»: è questo uno dei messaggi lasciati da chi è venuto a rendere omaggio per l'ultima volta a Giovanni Pesce. Fra di loro c'è Ana Perez, in rappresentanza dell'associazione volontari di Spagna, che è venuta da Madrid per dire addio al comandante che ancora minorenne combatté in Spagna contro il franchismo. «Era imprescindibile venire - ha detto -, un modo per esprimere la gratitudine e il rispetto degli spagnoli verso chi ha difeso la libertà».
    FAMEDIO - «Il suo è stato un impegno concreto, prima nella lotta al nazifascismo e poi nella la ricostruzione civile, un impegno che ha svolto anche come consigliere comunale di Milano. Ha trasmesso questi valori di libertà e democrazia anche nei suoi libri. Pesce ci ha insegnato che la libertà non è un dono ma si deve conquistare ogni giorno e per questo proporrò alla giunta di Milano che sia tumulato al Famedio» ha detto Letizia Moratti. Dal canto suo l'assessore comunale ai Servizi civici, Stefano Pillitteri, ha detto che la conferma si avrà dopo l'estate. «Personalmente credo che il comandante Pesce sia meritevole di riposare al Famedio - ha detto -. Ma per questo c'è una procedura da rispettare, con un passaggio nella commissione preposta». E la prossima volta la Commissione, ha spiegato, si riunirà a settembre.
    MINATORE IN FRANCIA - Pesce, che aveva 89 anni, si era iscritto giovanissimo al Pcf francese essendo immigrato in Francia, dove lavorava come minatore. Combattè in Spagna nelle Brigate Internazionali durante la guerra civile e rimase ferito. Quindi, durante la Resistenza, rientrò in Italia e fu comandante dei Gap a Torino e a Milano. Iscritto da sempre al Pci, dopo la svolta della Bolognina aveva aderito a Rifondazione Comunista. Pesce, il cui nome di battaglia era «Visone» era sposato con Norina Brambilla, la «compagna Sandra» che aveva conosciuto durante la guerra partigiana. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la «Pasionaria», a convincere Giovanni Pesce della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali.
    FERITO E ARRESTATO - Nel 1936 fu uni dei primi combattenti italiani inquadrati nelle Brigate Garibaldi. In Spagna venne ferito tre volte: sul fronte di Saragozza, nella battaglia del Brunete e al passaggio dell'Ebro. Pesce aveva ancora nella schiena alcune schegge. Rientrato in Italia nel 1940, venne arrestato e inviato al confino a Ventotene. Liberato nell'agosto del 1943, fu uno degli organizzatori del Gap di Torino e nel maggio del 1944 assunse il comando a Milano, fino al giorno della liberazione, del terzo Gap «Rubini». Dal 1951 al 1964 è stato consigliere comunale a Milano per il Pci e fin dalla sua costituzione membro del Consiglio nazionale dell'Anpi. Molti i libri pubblicati sulla figura del comandante «Visone»; tra questi «Un garibaldino in Spagna» e «Senza tregua. La guerra dei Gap».
    31 luglio 2007 Corriere  Della Sera
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    la religiosità

    "Io mi ritengo religioso, e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato, e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché secondo me l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a cercare di individuare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa la differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari anche dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri.

    Compagni, amici, coetanei considerarono La buona novella anacronistico. Non avevano capito che quel disco voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del Sessantotto e quelle, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico-sociale direi molto simili, che, 1969 anni prima, un signore aveva fatto contro gli abusi del potere, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth, e secondo me è stato ed è rimasto in più grande rivoluzionario di tutti i tempi" (Fabrizio De Andrè)
    Maria:
    "Falegname col martello
    perché fai den den?
    Con la pialla su quel legno
    perché fai fren fren?
    Costruisci le stampelle
    per chi in guerra andò?
    Dalla Nubia sulle mani
    a casa ritornò?"

    Il falegname:
    "Mio martello non colpisce,
    pialla mia non taglia
    per foggiare gambe nuove
    a chi le offrì in battaglia,
    ma tre croci, due per chi
    disertò per rubare,
    la più grande per chi guerra
    insegnò a disertare".

    La gente:
    "Alle tempie addormentate
    di questa città
    pulsa il cuore di un martello,
    quando smetterà?
    Falegname, su quel legno,
    quanti corpi ormai,
    quanto ancora con la pialla
    lo assottiglierai?"

    Maria:
    "Alle piaghe, alle ferite
    che sul legno fai,
    falegname su quei tagli
    manca il sangue, ormai,
    perché spieghino da soli,
    con le loro voci,
    quali volti sbiancheranno
    sopra le tue croci".

    Il falegname:
    "Questi ceppi che han portato
    perché il mio sudore
    li trasformi nell'immagine
    di tre dolori,
    vedran lacrime di Dimaco
    e di Tito al ciglio
    il più grande che tu guardi
    abbraccerà tuo figlio".

    La gente:
    "Dalla strada alla montagna
    sale il tuo den den
    ogni valle di Giordania
    impara il tuo fren fren;
    qualche gruppo di dolore
    muove il passo inquieto,
    altri aspettan di far bere
    a quelle seti aceto".