Francesco's profileNON PER UN DIO ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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April 25 25 aprile..compagno non lasciare quel fucile62 anni fa il nostro Paese tornava ad essere un Paese libero, 62 anni fa finiva l'occupazione nazifascista in Italia. Voglio ricordare quel giorno con le parole di Alcide Cervi, partigiano, padre di sette figli tutti uccisi nel carcere politico di Servi, a Reggio Emilia:
" Mi hanno sempre detto... tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta... la figura è bella e qualche volta piango... ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo." April 22 recensioni_2Questo era un pezzo che avevo scritto sui pj in generale..seguono la recensione di un concerto di guccini, uno degli afetrhours e uno dei ratti della sabina..a breve ne scriverò anche sui prossimi concerti dei modena e della banda bassotti..un saluto a tutti
Nothing is changed
Ripercorrendo rapidamente la storia del rock si può notare come la coincidenza di nome tra una band e un album della stessa band avviene sempre all’esordio. È stato così per i Clash come per gli Offspring, per i Black Sabbath come per Iron Maiden, per non parlare dei Led Zeppelin che hanno intitolato con il loro nome addirittura tre album. Risulta quindi quantomeno anomalo che un gruppo ormai affermato come i Pearl Jam denomini la sua settima uscita in studio con il proprio nome. Ma, almeno secondo chi scrive, la scelta è stata quanto mai azzeccata. Perché Vedder e soci nonostante siano ormai più che quarantenni non hanno minimamente perso neanche un briciolo della loro energia come si può denotare dall’impressionante quantità di concerti previsti dal loro tour di quest’anno. Perché nonostante siano passati quindici anni dall’uscita di “Ten” loro sono e continuano a essere i Pearl Jam. Perché come affermato dallo stesso Vedder in “Off he goes”, splendida ballad contenuta nell’altrettanto splendido “No code”, “nothing is changed but the surrounding bullshith that has grown”. Nulla è cambiato dunque per i cinque signori che qualcuno definisce ancora pallidi epigoni dei Nirvana, mentre altri, tra cui il sottoscritto, vede come una delle ultime dighe contro il tracimare delle nuove musiche in tutto o in parte legate all’uso di computer e campionatori. Nulla è cambiato, anzi tutto procede a meraviglia per la “famiglia” Pearl Jam, perfetta evoluzione di un progetto musicale che ha visto prima nei Green River e poi nei Mother Love Bone l’embrione che piano piano è cresciuto fino a diventare una delle band più attive, costanti e prolifiche della scena grunge ma non solo, una delle promesse meglio mantenute della storia del rock. A breve torneranno in Italia proprio per celebrare l’uscita di “Pearl Jam”; un’assenza, quella dei PJ nel Belpaese, che dura ormai da sei anni; un’assenza dolorosa sia per gli innumerevoli fan che da tempo aspettavano un loro live sia per gli stessi Pearl Jam, innamorati dell’Italia al punto da fissare cinque date nel nostro Paese e al punto che Eddie Vedder risulta addirittura sposato presso il Comune di Roma. Bentornati dunque, e grazie per essere ancora e sempre di più i Pearl Jam.
LA DOLCE ESTATE ERA APPENA FINITA
Di norma nei minuti (o a volte nelle ore) che precedono un concerto gli spettatori, oltre a consumare come di rito panini, bibite e quant’altro, si interrogano su quale potrebbe essere la canzone d’apertura del live. Questo di certo invece non accade ai concerti di uno dei più grandi cantautori italiani ancora viventi, Francesco Guccini. Ogni suo singolo concerto, da sempre, si apre infatti con una delle sue migliori creazioni, “In morte di S.F.” meglio conosciuta come “Canzone per un’amica”. È un modo per ricordare una persona a lui molto cara scomparsa ormai quarant’anni fa in un tragico incidente stradale. “Eravamo all’ultimo giorno di incisione quando arriva in studio Dodo Veroli (uno dei suoi produttori, nda) a dirci che era morta una nostra amica in un incidente stradale. […] Io allora scrivo “In morte di S.F”, la faccio sentire a Dodo, che mi chiede se voglio aggiungerla alle altre canzoni. Non era prevista, così come non avrei potuto prevedere che avrei aperto tutti i concerti della mia lunga vita artistica sempre con quella canzone”. Queste le parole di Francesco Guccini, che da anni ripropone sempre quello stesso brano; ma a giudicare dai presenti nessuno si è stancato di quella scelta. Dai giovanissimi ai più anziani, tutti a cantare a squarciagola che la dolce estate era già cominciata, anche se in realtà è purtroppo appena finita, visto che ci troviamo a metà settembre e una pioggia fittissima allaga la Festa de l’Unità in quel di Pesaro. Brani vecchi e nuovi, per la felicità dei reduci e la curiosità dei giovani che delle vecchie canzoni conoscono solo quelle passate alla storia come Auschwitz o Noi non ci saremo, il tutto anche con qualche lamentela del diretto interessato (“Ma cosa cazzo avete ascoltato delle mie canzoni?”). E così tra una battuta politica e l’altra scorre il repertorio gucciniano, quel repertorio così colto ma anche così popolare, frutto di un cantautore che è la perfetta sintesi delle peculiarità del cantautore all’italiana. Se Fabrizio de Andrè è stato un poeta della canzone, se Francesco de Gregori è un intellettuale con la chitarra, Guccini è la perfetta sintesi di entrambi. Non ha del primo l’immediatezza, la folgorazione e non è distaccato quanto il secondo, ma ha tutto il resto. Ironia, senso della storia, la capacità e la volontà di indignarsi, impegno politico vissuto con sospetto, sopra le righe, curiosità verso il mondo, ma senza gli eccessi grotteschi dei derelitti di De Andrè. Negli ultimi lavori ha anche sviluppato certi sentimentalismi prima assenti, ma rimane comunque un provinciale che non insegue perpetuamente il centro del mondo stile Paolo Conte. Guccini è e rimarrà sempre Guccini. Tra avvelenate e locomotive, tra dei morti, sepolti e resuscitati, tra Cyrano e Don Chisciotte. E visto che continua ad essere il Guccini di sempre anche la chiusura del concerto rimane la stessa. “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava…” I pugni chiusi si alzano, tutti, che siano di quattordicenni, di quarantenni o di sessantenni. E trionfi la giustizia proletaria.
DI MODI CE NE SONO POCHI Afterhours, 12 dicembre 2006, teatro Tendastrisce, Roma; ovvero: come capire di poter anche morire a diciotto anni e morire felici. Questa era la frase che circolava alla fine del concerto tra la folla defluente, nonostante la dichiarazione di un Manuel stremato a proposito della sua fede calcistica (“A questo punto potremmo suonarvi solo “O mia bella Madunina”. Tanto “Grazie Roma” non ve la faremo mai; anche perché io sono dell’Inter e noi siamo davanti!). Semplicemente perfetti; un concerto favoloso per la cui recensione è decisamente complicato trovare le parole. Inizio col conferirgli il primo merito: la puntualità, cosa ormai abbastanza rara in un concerto. Il biglietto riportava le ore 22.00 e alle 22.05 spunta la figura di questo milanese con la camicia rossa sbottonata sul petto e a seguire gli altri. Folgorante l’attacco: “Elymania”, tratto dall’ottimo “Hai paura del buio”; basta pochissimo a Manuel Agnelli per dare al pubblico l’opportunità di urlare e il pubblico come sempre non se la lascia scappare; così come con la seguente “Lasciami leccare l’adrenalina” splendidamente violenta e spinta (fa un certo effetto vedere centinaia di ragazze urlare “forse non è proprio legale sai ma sei bella vestita di lividi”…). È un urlo continuo perché continue sono le emozioni che quei maledetti ragazzi milanesi comunicano a chiunque vada ai loro concerti; d’altronde sarebbe difficile provare qualcos’altro. Forse è per questo che nonostante sia la quinta data che fanno a Roma quest’anno si respirava a fatica tanta era la gente e la foga del pubblico. E questa è stata sicuramente l’esecuzione migliore, perché non si doveva promuovere un disco o fare felici gli organizzatori di un festival; questo era un concerto per il pubblico, per i fan, per chi piange ride e balla con i loro cd, per chi usa quasi ossesivamente le frasi delle loro canzoni riportandole su qualunque pezzo di carta abbia sottomano, per chi si scervella con la chitarra per trovare gli accordi di "strategie" o con la voce per urlare che verrà come un rapace. E allora spazio ai brani vecchi, per la felicità e i brividi dei presenti; e così, felici, euforiche, spassionate, le voci cantano “Strategie” e “Dentro Marilyn”, “Ossigeno” e “Questo pazzo pazzo mondo di tasse”, “Pelle” e “Voglio una pelle splendida” e le più recenti “Quello che non c’è”, “Ci sono molti modi” e “La vedova bianca”. I titolari del palco sembrano gradire, tanto che Manuel con la solita finezza ci dice “Siete un pubblico della Madonna”. Semplice, conciso e succinto. Perché lui è cosi, perché gli Afterhours e le loro canzoni sono così. E allora ben vengano i pezzi senza senso (chi ha interpretato “Bye bye Bombay” è pregato di farlo sapere al mondo), le volgarità (“scopami tra fiori urlanti”), i linguaggi non proprio oxfordiani (“Sui giovani d’oggi ci scatarro su”). Anche perché noi uomini non ci scandalizziamo un granché di natura e le ragazze sono ben felici di urlare perversioni di ogni genere purché escano dalla mente di Manuel. Allora malediciamo tutti assieme il modo in cui siamo fatti e lasciamoci tutti fottere forte, disintossichiamo gli altri dai resti del nostro seme e fottiamoci da noi, direi che per gli After sono sacrifici che si possono pure fare. Perché in effetti di assistere a concerti simili, di più di due ore e con tanto di cover eccellente nel finale (una splendida “Live and let died” del buon vecchio duetto Rose-Slash), non ci sono molti modi; ce ne sono pochi, anzi ce n’è uno solo: andare ad ammirare le live performance di Agnelli&co
LA MORALE DEI BALLANTI
Sabato 2 dicembre, Villaggio Globale, Roma. Dopo una buona esecuzione da parte dei “Porto Flamingo”, guidati come sempre dal loro carismatico cantante, entra in scena una delle più importanti folk-band italiane: i Ratti della Sabina. Dopo qualche uscita al piccolo Alpheus i Ratti si esibiscono finalmente al Villaggio Globale e l’effetto è decisamente diverso. Più spazio, un’acustica decisamente migliore e soprattutto fonici all’altezza permettono al gruppo di regalare una bellissima serata ai non pochi presenti. La scaletta è più o meno sempre la solita così come la voglia di cantare e di ballare del pubblico. Da segnalare una meravigliosa esecuzione di “Chi arriva prima aspetta”, splendido brano dell’ultimo lavoro della band. Per il resto dagli amplificatori escono le note dei classici, “Lo scemo del villaggio”, “La morale dei Briganti”, “Circobirò”…In più ci viene regalata una bellissima esecuzione di “Lamento”, brano presente solo su internet e raramente proposto live. Rimane quindi il ricordo di una bella serata, fatta di ottima musica proposta da ottimi musicisti, sempre in giro per l’Italia con una voglia matta di suonare, di proporre i loro brani, le loro storie. Questo soprattutto li differenzia (in positivo ovviamente) dagli altri; i Ratti non parlano di personaggi famosi o di fatti conosciuti. Le loro canzoni narrano di storie comuni, di fantomatici violinisti pazzi, scemi del villaggio, funamboli e carnevali, macchinisti e balordi. Storie comuni che parlano di gente comune, come noi che infatti sembriamo essere i protagonisti di quelle canzoni; perché siamo noi che sogniamo, che vorremmo dire: “Ma chiunque mi dirà che col mio fare sto inseguendo solo un inutile miraggio, gli risponderò tranquillamente: questa è la mia vita! La vita dello scemo del villaggio!”, che vorremmo davvero inseguire miraggi senza poi risentirne, senza preoccuparci ininterrottamente del futuro e delle conseguenze delle nostre azioni, che vorremmo decidere di testa nostra senza condizionamenti esterni di vario genere. Non so a quante persone sarebbe potuto venire in mente di scrivere canzoni su Gianni Rodari o piuttosto che sul protagonista di un libro di Silone. Loro invece ci hanno pensato e il risultato è decisamente notevole. Sono queste le storie che andrebbero raccontate, le storie dei grandi che crescendo non diventano “troppo piccoli per poter capire”, che in fondo dentro rimangono ancora bambini, le storie di “chi non sa il prezzo delle emozioni e non se l’è mai chiesto”. Loro le cantano e le diffondono, portando in giro ottima musica, allegria e voglia di ballare. E scusate se è poco. recensioni_1visto che saretta ha postato sul suo blog la sua recensione del concerto dei pearl ora vi sorbite anche le mie..per chi è interessato alcune sono state pubblicate su www.rockshock.it
COME UN URAGANO Bologna, Palamalaguti, 14 settembre 2006 ore 11.30: qualche decina di giovani è accampata davanti ai cancelli già a quell’ora della mattina. È presto, mancano ancora molte ore, ma loro sono già li. Piove; qualcuno è attrezzato con ombrelli e giacche a vento, qualcun altro costruisce un rudimentale ma efficace rifugio con i cartoni lasciati li da camionisti di passaggio, altri si rifugiano proprio sotto i camion parcheggiati. Si è detto che è presto, che mancano molte ore, cosa ci fanno dunque quei giovani li, sotto la pioggia, davanti a quei cancelli sbarrati? Aspettano. E sono felici di aspettare nonostante le intemperie e la lungaggine dell’attesa. Sta infatti per succedere qualcosa che in Italia non succede da tempo e che a Bologna non è proprio mai successa, qualcosa che in molti aspettavano da mesi, e molti altri addirittura da anni. Sei per l’esattezza. È dal 22 giugno del 2000 che stanno aspettando quel fatidico giorno. Il luogo era diverso, allora si era al Filaforum di Milano oggi si è al Palamalaguti di Bolgna, ma la sostanza è la stessa. Oggi come allora ci sono ragazzi che aspettano, perché oggi come allora in Italia suonano i Pearl Jam. Verso le sette finalmente omoni vestiti di giubbetti catarifrangenti aprono i cancelli, i fan cominciano ad entrare, scaglionati, un po’ alla volta. È una sorta di liberazione nonostante manchino ancora più di due ore all’inizio del concerto, è una tappa di avvicinamento verso quei signori ormai più che quarantenni che per molti di quei ragazzi fino a quel momento sono stati solo i Pearl Jam, sono stati album, video, dvd, canzoni, musica che fuoriesce dalle casse di uno stereo o dalle cuffie di un lettore mp3. Tra poco più di due ore i Pearl Jam non saranno più tutto questo, anzi non saranno solo questo. Saranno la splendida e corrosiva voce dal vivo di Eddie Vedder, saranno uomini in carne ed ossa che ancora si divertono a creare in un mondo in cui ormai lo fanno in pochi, saranno le urla di quei novemila che tutti insieme canteranno “Animal” e “Alive”, “Black” e quella “Baba ‘o riley” scritta tanti anni prima da una band esclusa dal dualismo tra scarafaggi e pietre rotolanti forse per paura di un successo inaspettato e di una rottura del bipolarismo musicale… Verso le sette e trenta salgono invece sul palco capelloni semisconosciuti che corrispondono al nome di “my morning jacket” e che istigano un po’ di curiosità tra i presenti. Alla fine della loro esibizione la curiosità si è trasformata in applausi sinceri verso una formazione musicale di rara bravura, capace di conciliare violente schitarrate con dolci e melodiche composizioni elettroniche, il tutto condito da un vocalist che poco ha da invidiare al mostro sacro Thom Yorke. Il tempo passa dunque rapidamente e si cominciano a contare i secondi… Alle 21 e 15 si spengono le luci e un urlo unanime si alza da quelle novemila anime. Dire che l’impianto è spettacolare sarebbe un eufemismo: un palco non eccessivamente grande, luci blu e viola che lo illuminano dal basso, più lampade enormi che illuminano a tratti le anime del Palamalaguti. L’attacco è lento; nel palazzetto risuonano le note di “Small Town” brano tratto da “Vs” album fantastico uscito in piena epoca grunge (era il ’93), che contiene altre pietre miliari del repertorio PJ come “Go” e “Animal”, la prima lasciata alle pretese dei presenti, la seconda eseguita con maestria poco dopo. In mezzo altro pezzo forte dei Vedder boys, “Do the evolution”, capolavoro di “Yield”. E si continua con questo ritmo incessante per altri 14 pezzi carichi di energia, da “Given to fly” a “Even flow”, passando per la splendida “I am mine”. Pezzi vecchi e nuovi ad onorare una carriera costellata di successi ma anche di momenti cupi (come non ricordare i nove ragazzi deceduti in Danimarca durante un loro concerto il 30 giugno del 2000). Quindi la prima, meritata pausa (il buon vecchio Eddie era anche in condizioni alcoliche non proprio ottimali). Il ritorno è meglio della prima uscita: “Black”, “Better Man”, “Life wasted” e “Alive”, il glorioso passato di “Ten” e “Vitalogy” e il rabbioso presente di “Pearl Jam”. Nell’ultima parte del concerto spazio alla satira; prima di eseguire il brano di denuncia “Bushleaguer” il nostro Eddie si presenta sul palco con la maschera di Gorge II e un’appariscente giacca argentata…l’antipasto di un finale epico con “Why go”, il tributo ai tanto amati Who con la cover “Baba ‘o Riley” e la struggente ballad “Indifference”. Dopo altre tre birre Eddie, Jeff, Stone, Mike e Matt ci salutano scomparendo dietro al palco e tornando i Pearl Jam dei cd e degli mp3. Rimane un concerto fantastico, incredibile, da raccontare ai nipoti. Quei ragazzi che hanno atteso ore e ore hanno una faccia stravolta e felice, trovano le energie per accalcarsi allo stand dei poster per immortalare nelle loro camere quell’esperienza indimenticabile. Hanno appena assistito a un concerto dei Pearl Jam e sono tutti unanimemente concordi nell’affermare che quei 45 euro sono stati il miglior investimento della loro vita, che quelle ore passate ad attendere sarebbero anche potute essere anni. Questo e altro per l’uragano di Seattle. April 17 newsBuongiorno a tutti!!!
dunque dunque..sn successe un paio di cose importanti..
the first: esordio da titolare nel campionato!!mi mancava un sacco giocare le partite vere..sentire l'adrenalina..stare perennemente concentrati..certo giocare un campionato amatoriale non è la stessa cosa che giocare i semiproffessionisti che disputavo qualche anno fa..la piscina di acilia non è certo il foro italico..ma quando si ama uno sport si fa tutto pur di praticarlo..e la pallanuoto è stata ed è tuttora parte integrante della mia vita..ieri sera ho pure vinto la greca!!
the second: domenica sera da sara è venuto un festone!!!:):) grazie al mio splendido cd e all'alcool che girava la cosa è degenerata presto e siamo finiti tutti a ballare canzoni più o meno probabili (dai beatles a little tony passando x lorella cuccarini..) con una strepitosa interpretazione di davide..quasi quasi (vista anche la nulla verve amorosa che mi contraddistingue) divento gay..
sono stato troppo contento della festa!!!grazie a sara che l'ha organizzata!!ti voglio sempre più bene!!
un bacio a tutti..in particolare a una pinguina scema antipatica!!:p April 03 musicandotornare alla vita di figlio è stato pesante ma cmq mi sto riadattando..anche perchè casa mia era diventata peggio della discarica di malagrotta..:D:D..sto mezo bloccato su una canzone ma riuscirò a risolverla, almeno spero..probabilmente verrà in inglese..poi adesso che ho pure una musa ispiratrice sn facilitato..:P
il problema è che sto sempre con la chitarra in mano e nn studio mai..e l'esonero di economia si avvicina..:@che palle l'università..
bacioni a tutti(K)
ps. si avvicina l'anniversario del primo anno senza silvio al potere:D:D
pps meno sette dalla roma..col derby saranno meno quattro..e vai col sorpasso..:D:D |
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